“Dopo la forte emozione suscitata dalle drammatiche storie dei ragazzi afgani che da Patrasso (Grecia) sfidano la morte aggrappati sotto i tir che si imbarcano per l’Italia, la Croce Rossa Italiana ha aperto un conto corrente per sostenere le attività di assistenza gestite insieme all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati:
Conto N. 218020 presso Banca Nazionale del Lavoro – Filiale di Roma Bissolati -
Tesoreria Via San Nicola da Tolentino, 67 – Roma
intestato a Croce Rossa Italiana, Via Toscana 12 – 00187 – Roma
codice IBAN IT66 –
C010 0503 3820 0000 0218020
causale: PATRASSO.
Mancano strutture di accoglienza, cibo, medicine e interpreti, soprattutto delle lingue pashtun e farsi.”
Tra Willi e gli altri, i bambini di Patrasso
che sognano l’Europa
L’assedio dei minori alla fortezza Europa va in scena ogni giorno da mesi a Patrasso, il porto del Peloponneso più vicino alle nostre coste. Notte e giorno si assiste, nell’indifferenza generale, al drammatico assalto a un chilometro e mezzo di perimetro portuale di un esercito di profughi afghani composto da centinaia di adolescenti che per la burocrazia sarebbero «non accompagnati». Si vedono anche bambini sotto i 14 anni, che anziché venire tutelati dal governo greco e dall’Ue, sono costretti a giocare a rimpiattino a migliaia di chilometri da casa per schivare i manganelli della polizia, L’obiettivo è conquistare un varco tra l’entrata 6 e 7, dove partono le grandi navi veloci per la Penisola. Da lì sognano la Gran Bretagna o la Scandinavia, dove hanno parenti che li attendono. Si muovono in gruppi, silenziosi e tenaci nonostante i visi imberbi. Fuggono dall’Afghanistan senza futuro, da etnie minoritarie e oppresse, gli hazara e i tagiki. Ci sono anche i pashtun, l’etnia dei Talebani. Due terzi hanno meno di 18 anni, la maggior parte degli «adulti», 20.
I ragazzi si appostano in diversi gruppi dall’altro lato della statale del porto, sulla massicciata della ferrovia o davanti alle agenzie di viaggio. Mentre qualche pattuglia attira l’attenzione degli agenti (non più di una decina in divisa, qualcuno in borghese), un altro centinaio attraversa di scatto la litoranea, si avvicina alla recinzione e, se non ci sono guardie in vista, la scavalca per tentare l’imbarco clandestino su una nave diretta verso il Belpaese. Oppure si va in caccia tra i docks di un tir italiano per salirci nel momento più favorevole, la partenza. I più piccoli scivolano perfino negli anfratti sotto la scocca, vicini alle ruote, rischiando la pelle. Le ronde dei difensori del porto e dell’Ue riescono a ricacciarne un po’. Mostrano i muscoli, accendono le sirene anche di notte e sgommano con le jeep, ne arrestano qualcuno per poi rilasciarlo.
Ma i più riescono a partire. Non è detto che arrivino. Di alcuni si perdono le tracce per strada. La scorsa settimana due tredicenni si sono imbucati per sbaglio su un camion diretto ad Atene. Quando se ne sono accorti sono saltati dal veicolo in corsa. Uno è morto, l’altro è rimasto seriamente ferito. Ci sono poi i tanti rispediti indietro dalla nostra polizia, Si racconta di altri che, al largo delle nostre coste, si siano buttati tra i flutti per sfuggire alla Polmare.
Tra i gruppi vedo un ragazzo disabile che fatica a camminare. Due fratelli più piccoli lo tengono per mano e lo aiutano ad attraversare. Ed ecco Mohamed, 40 anni, che tiene per mano il figlioletto di 5, unici scampati all’eccidio della loro famiglia da parte dei talebani. Entra nel porto dall’ingresso principale con una sporta dove c’è tutto quello che possiedono. Gli uomini in divisa fingono di non vederlo. Fa così tutti i giorni: cerca un camion, si mette il piccolo sulle spalle e provano a salire. In genere li scoprono, forse oggi è la volta buona.
Lasciano tutte il groppo in gola le storie della baraccopoli dei rifugiati a Marina di Patrasso, un chilometro dal porto. Ci vivono 2mila persone, tutti maschi, ammassate in condizioni inumane, senza servizi igienici, in baracche tirate su con legno e plastica, coperte di teli impermeabili. Ci si lava in mare, i bisogni si fanno tra i cespugli. Sono giorni di pioggia battente, tra i rigagnoli di fango i ragazzi girano in ciabatte. Chi non va al porto raccoglie acqua piovana in fusti e accende fuochi. L’insediamento è soprendentemente organizzato: ci sono due bar e tre negozi di alimentari e scarpe, persino una moschea. Qualcuno ha realizzato allacciamenti pirata all’acquedotto e alla linea elettrica. È un non luogo creato dal limbo burocratico, Per la Convenzione di Ginevra costoro hanno diritto di asilo. Ma per la legge europea bisogna chiederlo nel paese di arrivo e la Grecia accoglie pochissime domande dei profughi. Gli altri devono andarsene, ma qui nessuno ha i soldi per il viaggio di ritorno e resta illegalmente.
Allora da tutta la Grecia si tenta il viaggio verso l’Italia da Patrasso, punto di fuga e di ritorno. Ogni settimana c’è il turnover, chi fallisce torna per ritentare. Il campo scoppia, si vede da quanti sono accampati in un cantiere vicino, sotto gli scheletri delle case. «Dal maggio scorso – spiega Hamad, 26 anni, uno dei pochi a parlare inglese, fuggito perché in patria faceva l’interprete per le ong e i Taleban lo hanno minacciato – la situazione è esplosa, siamo troppi e continuano gli arrivi. In Afghanistan le famiglie danno tutto ciò che hanno ai figli per farli fuggire».
Come Willy, 15 anni, tagiko alto con il sorriso da bambino. «Sono arrivato 4 giorni fa dalla Turchia. Ho tentato ieri di partire. Stasera sono certo, vado in Italia. Ma non mi interessa restare, voglio spostarmi in Gran Bretagna, dove ho un fratello. E dopo di me partirà da casa mio fratello minore». Awi ha 14 anni. Getta la spugna. Va dai medici di Msf con le mani sanguinanti per le bastonate. «Sono già stato due volte in Italia. Una volta su un camion e una sulla nave. La polizia mi ha trovato e rispedito qui per mare». Imran, 10 anni, cerca in Europa i suoi. Non sa dove siano, i poliziotti iraniani li hanno divisi a Teheran. Lui insiste. Confusi tra i disperati ci sono gli smugglers, i trafficanti. Hanno l’aria da boss e il cellulare. Si dice che chiedano il pizzo per un posto letto nella favela. E chi paga a questi avvoltoi altri 2mila euro viene fatto salire sui camion lontano da sguardi indiscreti. Per trovarli o sopravvivere qualche ragazzo arriva a spacciare o prostituirsi. Esco dal villaggio. Al porto un gruppo scavalca, tra loro vedo Willi. Si volta, mi lancia un sorriso di speranza prima di sparire in un tir italiano.
dal nostro inviato a Patrasso Paolo Lambruschi
Fonte: Avvenire del 20/12/08 http://www.avvenire.it/Cronaca/Allarme+della+Caritas+di+Atene%C2%ABGrave+emergenza+umanitaria%C2%BB.htm
Centinaia e centinaia di giovani afgani e iracheni richiedenti asilo politico in Europa, arrivano in Grecia attraverso la frontiera con la Turchia. La polizia greca li trasporta ad Atene per il controllo dei documenti e successivamente li smista nel centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Lavrio o nel centro di permanenza temporanea di Evros. Al termine del periodo di detenzione amministrativa molti di questi giovani vanno ad affollare l’accampamento rifugiati illegale presso il porto di Patrasso.
L’accampamento di Patrasso, e’, per lo più, una baraccopoli costruita negli anni dai migranti stessi su un terreno demaniale vicino all’entrata del porto, luogo non ritenuto idoneo dall’amministrazione municipale della città per motivi di ordine pubblico, sebbene sono ormai anni che esiste.
Inoltre, molti dei migranti dell’accampamento hanno tentato più volte di nascondersi in navi e container alla volta dell’Italia, nonostante la Convenzione di Dublino imponga di effettuare la richiesta di asilo nel primo stato membro di arrivo all’interno dell’Unione Europea.
L’aumento dei migranti che cercano di arrivare in Italia, e due controversie molto enfatizzate dai media riguardanti un camionista ferito da uno straniero e uno straniero accoltellato da un poliziotto, hanno fatto accrescere il malcontento degli abitanti di Patrasso tanto da far decidere alla amministrazione pubblica di prendere provvedimenti in merito.
Così, nel gennaio 2008, si sono susseguiti numerosi incontri a vari livelli della polizia nazionale greca, al fine di ripulire la città dai migranti in vista della famosa sfilata di carnevale, che pone Patrasso al centro della Grecia per qualche giorno.
Il 18 gennaio la polizia della marina mercantile ha distribuito un volantino non ufficiale (tradotto in inglese, arabo, afgano e curdo) a tutti gli stranieri, dove li informava che il porto e’ destinato ai soli viaggiatori, alla circolazione di persone e di beni, e che, soggiornare in quell’area comporta molti pericoli per la loro sicurezza a causa della circolazione di grandi automezzi. Così, al fine di preservare la loro integrità corporale e permettere la normale circolazione di persone e di beni, la polizia li ha invitati ad abbandonare la zona ed a trasferirsi in altre regioni del paese.
Nei giorni immediatamente successivi il volantino, la polizia ha rinforzato i controlli al porto, aumentato il numero degli agenti sul territorio e preannunciato una retata all’accampamento, con successiva demolizione della baraccopoli. Inoltre, chiunque usciva dall’accampamento era fermato e trasportato ad Atene per la verifica dei documenti, dopo di che, coloro che non potevano essere espulsi venivano inviati nei centri di permanenza temporanea, sebbene la maggior parte di questi migranti siano minorenni, quindi non idonei ai centri di detenzione amministrativa secondo le direttive comunitarie.
Un comunicato stampa della rete per “La difesa dei diritti dei Rifugiati e degli Immigrati” ha denunciato l’arresto e la scomparsa di molti afgani dopo le operazioni di polizia iniziate il 21 gennaio 2008. Più di 200 immigrati sono stati arrestati e il 23 gennaio la polizia ha circondato l’accampamento in cui risiedono soprattutto afgani e iracheni, in maggioranza minori.
La polizia, su autorizzazione delle autorità competenti, ha iniziato un processo di demolizione delle baracche illegali costruite dai migranti come rifugio.
Le associazioni per i diritti degli immigrati e i partiti politici di sinistra si sono mobilizzati contro l’assedio della polizia ed in favore al diritto di esistenza degli stranieri. Sono così riusciti a negoziare una settimana di tempo per trovare un luogo alternativo dove i rifugiati potessero vivere.
Il 29 gennaio un gruppo di attivisti greci è andato all’accampamento nella speranza di coinvolgere alcuni degli immigrati in una dimostrazione in strada. All’arrivo, un’assemblea autogestita con più di 500 immigrati seduti in terra avanzava proposte sul da farsi, mentre la polizia ormai li assediava. Gli interventi dei rifugiati erano brevi, le persone dibattevano sulle richieste da portare avanti ai cittadini di Patrasso, allo Stato Greco, all’Europa tutta. Per la prima volta i migranti di Patrasso erano pronti ad unirsi per uscire nelle strade della città e rivendicare i loro bisogni in un unico coro:
“WE NEED HELP! WE NEED HELP!!” Abbiamo bisogno di aiuto
“ASILO! ASILO! ASILO!”
Il numero dei migranti che hanno preso parte al corteo aumentava di minuto in minuto. La gente di Patrasso ha interrotto le attività quotidiane per assistere a ciò che non avrebbe mai immaginato: un corteo composto da centinaia di persone (soprattutto uomini, giovani e giovanissimi) che sfilava per il centro di Patrasso in modo pacifico e ordinato con striscioni per ricordare a tutti i cittadini della città, alla polizia greca, all’Europa che
“Nessuna vita e’ illegale, Migrare non e’ un crimine”,
“No detenzione, stop alla deportazione dei rifugiati”
“Vogliamo pari opportunità!”
“ASILO!!”
I mass media, che nelle settimane precedenti avevano cercato di disseminare la paura e il razzismo nella città, e che sostenevano che dopo i raid della polizia non vi erano rimasti che donne e bambini a Patrasso, ora intervistavano i migranti chiedendo come si sentissero e cosa richiedessero allo stato.
Più cortei, composti da autoctoni e migranti, sfilavano verso il centro di Patrasso, e al loro incontro si e’ alzato un coro unico che gridava a gran voce “ASILO”!!!
Pubblichiamo qui alcuni video del giorno della manifestazione
fonte : http://www.storiemigranti.org/spip.php?article194 (Federica Cicala, marzo 2008)
Questo spazio vuole raccogliere tutti pensieri, le riflessioni ma soprattutto le proposte concrete che possiamo inventare insieme per dare un futuro CIVILE e DIGNITOSO ai bambini profughi dell’Afganistan e di altri Paesi in guerra. Sono bambini già vittime della guerra nel loro Paese e vittime una volta di più per ... Continua a leggere »