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Sgomberato con la forza il campo di Patrasso

In 1 on agosto 3, 2009 at 8:20 pm


Sgomberato con la forza il campo degli afgani a Patrasso. Erano arrivati in Europa alla ricerca della democrazia che nel loro Paese era arrivata con le bombe

I bulldozer dovrebbero diventare un simbolo. Non di laboriosità, ma della sconfitta dell’idea di democrazia in Occidente. E in Europa in particolare. La culla del diritto, la patria della democrazia, oggi sa rispondere alle emergenze della sua società solo a colpi di ruspa.

Le ruspe contro i diritti. L’ultimo episodio, avvenuto ieri, è andato in scena a Patrasso, in Grecia. Il lungomare che dal centro cittadino conduce al porto, a un certo punto, era interrotto da un buco nero dello stato di diritto, non degno di un Paese civile e di un’Unione europea che non riesce proprio a essere nulla di più di un comitato d’affari. In un campo, stretto tra un quartierino residenziale e un grande palazzo in costruzione, c’erano migliaia di baracche, costruite con assi di legno e teli di plastica. Dentro il campo, dal 2002, vivevano non meno di 2mila afgani. Tutti giunti in Grecia dopo un viaggio simile per tutti: dall’Afghanistan hanno raggiunto l’Iran o il Pakistan. Poi verso la Turchia e, quasi tutti da Smirne, arrivati in Grecia. Alcuni via mare, in qualche sperduta isoletta dell’arcipelago ellenico, altri direttamente a Patrasso su una nave, altri ancora via terra, magari nascosti in un camion. Sono quasi tutti di etnia hazara, riconoscibili dal taglio degli occhi, quasi a mandorla. Perseguitati, sempre. Prima dai talebani, in quanto in gran parte sciiti e quindi invisi ai fondamentalisti sunniti. Poi dalla guerra, dopo l’invasione della coalizione internazionale nel 2001 e infine invisi al governo di Hamid Karzai, amico degli Usa e dell’Ue, ma non amico degli hazara, sciiti come gli iraniani.

Ieri si è conclusa questa triste storia. Con l’invio, all’alba, di cento poliziotti in assetto anti sommossa come scorta a decine di bulldozer che hanno raso al suolo il campo che esisteva da almeno tredici anni, anche se dal 2002 si era caratterizzato come rifugio di afgani. Hanno risparmiato solo la piccola moschea, una baracca come le altre, e la tenda di Medici senza Frontiere, dove un medico e un infermiere volontario prestavano un minimo di assistenza sanitaria alla gente del campo. Si chiude così un contenzioso lungo, che vedeva l’Italia in prima fila nel chiedere il pugno di ferro al governo greco. Quasi tutti gli afgani, infatti, passavano la loro giornata nel tentativo di saltare a bordo di uno dei mille camion che ogni giorno s’imbarcano nel porto della cittadina greca diretti verso l’Italia. Tanti, troppi tra loro sono morti, magari soffocati nei rimorchi o schiacciati dalle ruote degli autotreni dove si nascondevano in attesa di giungere in Italia.
Il problema, però, con gli afgani non è solo della Grecia, ma di tutta l’Europa, compresa l’Italia, come detto. Come non si può riconoscere a queste persone in fuga il diritto alla protezione?

Speranze deluse. ”Quando sono arrivati i primi bombardieri, credetemi, ero felice. Pensavo che, dopo tanto tempo e tanto dolore, stesse cominciando una nuova era. Mi sbagliavo, cominciava solo l’ennesima tragedia”, raccontava Haji, il leader carismatico del campo di Patrasso, durante l’ultimo reportage di PeaceReporter a marzo scorso. ”Mi creda, di giornalisti e fotografi non sappiamo più che farne. Ci cacceranno, alla fine lo faranno. E’ già scritto. La domanda non è se, ma quando”.
Aveva ragione Haji. Mentre rispondeva alle domande, in una baracca del campo adibita a sala pubblica, guardava oltre il telo di plastica con i suoi occhi orientali, perso in una malinconia disillusa. ”Nessuna delle persone che vede qui vorrebbe stare qui, tutti puntano a raggiungere l’Italia per proseguire il viaggio verso l’Europa del Nord. Da voi, come in Grecia, il diritto di asilo è una chimera. Io credo che ci sia un problema di razzismo in generale, in tutta l’Ue, che vede nei migranti il capro espiatorio ideale delle contraddizioni economiche delle vostre società. Noi afgani, poi, viviamo una condizione anche peggiore – racconta Haji, rigirando il suo anello – perché siamo un problema politico. Nel 2001 i governi degli Usa e dell’Europa si sono impegnati a convincere le opinioni pubbliche dei vostri paesi che l’invasione dell’Afghanistan era giusta, perché consentiva la liberazione di un popolo. Solo che quella liberazione avviene a un costo elevatissimo, fatto di migliaia di vittime civili. Tanti di noi scappano dalle bombe della Coalizione e dagli attacchi dei talebani. Ma mi creda, per noi hazara è anche peggio, perché dobbiamo temere anche il nuovo governo di Kabul, che non ci ama in quanto sciiti e ritenuti troppo legati all’Iran. Il problema, però, e che dare a noi lo status di rifugiati politici comporterebbe l’ammissione che la democrazia in Afghanistan non è ancora arrivata”.

Una situazione drammatica. Haji sembra più un’analista politico che un profugo. ”In Afghanistan insegnavo, ma ora come ora non saprei che fare: le scuole sono distrutte dai talebani o dai bombardamenti della Coalizione e i ragazzi hanno paura a venire a scuola”, raccontava mentre guidava un giro del campo. La situazione era disumana. Migliaia di persone stipate in baracche minuscole, esposte a tutte le intemperie. Tentativi di costruire delle latrine si erano, alla fine, scontrati con il numero immenso di utenti e l’odore in giro rendeva l’idea di dove gli afgani fossero costretti a fare i propri bisogni. Un fango melmoso scorreva maleodorante tra le baracche, dove gruppi di afgani cucinavano un pasto misero. ”Qui tentiamo tutti di scappare, ogni giorno. La maggior parte dei ragazzi tenta ogni mattina, dirigendosi al porto, di saltare su un tir in partenza. Molti non hanno fatto ritorno. Gli altri si danno da fare per trovare un lavoretto a giornata, ma senza documenti nessuno ti dà un lavoro”, racconta Haji. Al centro del campo, semi nascosta dalle baracche, c’è una tenda da campo di Medici senza Frontiere. L’organizzazione non governativa sanitaria tenta di assicurare un’assistenza gratuita di base a tutti, ma il lavoro è improbo. ”Mi chiede quali sono i problemi principali di questo campo? Tutti quelli che riesce a immaginare”, rispondeva Gyorghios, un giovane medico. ”Dalle patologie respiratorie a quelle alimentari, per non parlare delle malattie e delle infezioni che, in un contesto del genere si diffondono in un baleno – raccontava il volontario – Facciamo tutto quello che possiamo, ma è come lottare contro i mulini a vento. Queste persone avrebbero bisogno di conoscere il loro futuro, di capire cosa sarà di loro e di essere portati in un contesto sano, pulito. Io curo le ferite che vedo, ma le assicuro che a livello psicologico assisto impotente ogni giorno a un dramma”.

La casa fantasma. Mentre il medico parlava, tutto attorno, c’erano centinaia di profughi in attesa della visita medica. Il taccuino e la macchina fotografica, anche se con estrema gentilezza, venivano evitati con un certo fastidio. Tante, troppo visite a vuoto. Alì è uno di loro. Avrà avuto al massimo 18 anni, anche se finge di averne un po’ di più. A lui piace parlare e si offre come guida prima nel palazzo in costruzione accanto al campo, poi verso il porto. Nell’edificio c’è un clima surreale. Tutto è un cantiere, nudo. Solo che dentro i futuri appartamenti, vista mare, c’è un mondo intero, che simula una vita normale. Immaginate tutto quello che potete collegare a un modello abitativo occidentale e svuotatelo di ogni interno. Resta una scatola vuota, uno scheletro. Che alcuni afgani hanno preferito al campo sottostante, riempiendo ogni angolo di un’imitazione di vita. Sembra un letto, ma è un piano di assi di legno con delle pezze buttate alla rinfusa. Sembra una cucina, ma è una pentola messa su un piccolo fornelletto da campo. Sembra un tavolo, ma è una cassa di legno rovesciata.
Una simulazione di quel way of life promesso e mostrato sui canali satellitari, promesso a tutti, ma concesso solo a pochi.

Le giornate di Alì. Alì si avviava verso il porto, solo con i vestiti che aveva addosso. ”Vi accompagno e ci provo anche oggi”, diceva sorridendo. Ma come? E la tua roba? ”Solo quello che ho addosso mi appartiene, non ho altro”, risponde timido, evitando come avrebbe potuto di sottolineare che è proprio vero come a essere stupide non siano mai le risposte.
Il lungomare corre dritto come un fuso fino a una piccola esse che i camion sono costretti a fare per entrare nell’area del porto. Quello è uno dei punti dove gli afgani tentavano di saltar dentro, perché gli autotreni rallentano. Stavano disposti su due file, senza nascondersi ma appartati. Alcuni vicini a piccole piante sulla destra, altri tra le barche tirate in secco sulla sinistra. La scena si ripeteva come un film surreale che, se non ci fosse la tragedia di queste persone, sembrerebbe una sorta di farsa.
Appena l’autotreno rallenta, frotte di disperati saltano fuori e cominciano a corrergli dietro. I più veloci si attaccano alle maniglie del rimorchio, tentando disperatamente di aprirle, per saltarci dentro. Qualcuno ci riesce e, se può, tira su quelli che sono più vicini a lui. La maggior parte di loro verranno individuati durante le operazioni di controllo della polizia greca prima dell’imbarco. Altri passano, ma magari finiscono soffocati nel rimorchio o schiacciati dalle ruote. Pochissimi riescono ad arrivare in Italia e continuare il viaggio.
Alì non ci è riuscito neanche quel giorno. Si avvia verso il campo, con la faccia neanche torva, ma rassegnata. Incolonnato con altre decine di persone, come gli operai sfiancati che lasciano la fabbrica alla fine del turno. ”Domani provo ancora”, aveva detto, salutando. Da ieri non c’è neanche più un campo al quale tornare.

Christian Elia

PeaceReporter

http://www.peacereporter.it

Gesti concreti

In 1, Proposte Concrete on dicembre 23, 2008 at 8:35 pm

Dal sito di “Chi l’ha visto” ci informano che:

“Dopo la forte emozione suscitata dalle drammatiche storie dei ragazzi afgani che da Patrasso (Grecia) sfidano la morte aggrappati sotto i tir che si imbarcano per l’Italia, la Croce Rossa Italiana ha aperto un conto corrente per sostenere le attività di assistenza gestite insieme all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati:

Conto N. 218020 presso Banca Nazionale del Lavoro – Filiale di Roma Bissolati –

Tesoreria Via San Nicola da Tolentino, 67 – Roma

intestato a Croce Rossa Italiana, Via Toscana 12 – 00187 – Roma

codice IBAN IT66 –

C010 0503 3820 0000 0218020

causale: PATRASSO.

Mancano strutture di accoglienza, cibo, medicine e interpreti, soprattutto delle lingue pashtun e farsi.”


In 1 on dicembre 23, 2008 at 8:24 pm
Tra Willi e gli altri, i bambini di Patrasso
che sognano l’Europa

L’assedio dei minori alla fortezza Europa va in scena ogni giorno da mesi a Patrasso, il porto del Peloponneso più vicino alle nostre coste. Notte e giorno si assiste, nell’indifferenza generale, al drammatico assalto a un chilometro e mezzo di perimetro portuale di un esercito di profughi afghani composto da centinaia di adolescenti che per la burocrazia sarebbero «non accompagnati». Si vedono anche bambini sotto i 14 anni, che anziché venire tutelati dal governo greco e dall’Ue, sono costretti a giocare a rimpiattino a migliaia di chilometri da casa per schivare i manganelli della polizia, L’obiettivo è conquistare un varco tra l’entrata 6 e 7, dove partono le grandi navi veloci per la Penisola. Da lì sognano la Gran Bretagna o la Scandinavia, dove hanno parenti che li attendono. Si muovono in gruppi, silenziosi e tenaci nonostante i visi imberbi. Fuggono dall’Afghanistan senza futuro, da etnie minoritarie e oppresse, gli hazara e i tagiki. Ci sono anche i pashtun, l’etnia dei Talebani. Due terzi hanno meno di 18 anni, la maggior parte degli «adulti», 20.

I ragazzi si appostano in diversi gruppi dall’altro lato della statale del porto, sulla massicciata della ferrovia o davanti alle agenzie di viaggio. Mentre qualche pattuglia attira l’attenzione degli agenti (non più di una decina in divisa, qualcuno in borghese), un altro centinaio attraversa di scatto la litoranea, si avvicina alla recinzione e, se non ci sono guardie in vista, la scavalca per tentare l’imbarco clandestino su una nave diretta verso il Belpaese. Oppure si va in caccia tra i docks di un tir italiano per salirci nel momento più favorevole, la partenza. I più piccoli scivolano perfino negli anfratti sotto la scocca, vicini alle ruote, rischiando la pelle. Le ronde dei difensori del porto e dell’Ue riescono a ricacciarne un po’. Mostrano i muscoli, accendono le sirene anche di notte e sgommano con le jeep, ne arrestano qualcuno per poi rilasciarlo.

Ma i più riescono a partire. Non è detto che arrivino. Di alcuni si perdono le tracce per strada. La scorsa settimana due tredicenni si sono imbucati per sbaglio su un camion diretto ad Atene. Quando se ne sono accorti sono saltati dal veicolo in corsa. Uno è morto, l’altro è rimasto seriamente ferito. Ci sono poi i tanti rispediti indietro dalla nostra polizia, Si racconta di altri che, al largo delle nostre coste, si siano buttati tra i flutti per sfuggire alla Polmare.

Tra i gruppi vedo un ragazzo disabile che fatica a camminare. Due fratelli più piccoli lo tengono per mano e lo aiutano ad attraversare. Ed ecco Mohamed, 40 anni, che tiene per mano il figlioletto di 5, unici scampati all’eccidio della loro famiglia da parte dei talebani. Entra nel porto dall’ingresso principale con una sporta dove c’è tutto quello che possiedono. Gli uomini in divisa fingono di non vederlo. Fa così tutti i giorni: cerca un camion, si mette il piccolo sulle spalle e provano a salire. In genere li scoprono, forse oggi è la volta buona.

Lasciano tutte il groppo in gola le storie della baraccopoli dei rifugiati a Marina di Patrasso, un chilometro dal porto. Ci vivono 2mila persone, tutti maschi, ammassate in condizioni inumane, senza servizi igienici, in baracche tirate su con legno e plastica, coperte di teli impermeabili. Ci si lava in mare, i bisogni si fanno tra i cespugli. Sono giorni di pioggia battente, tra i rigagnoli di fango i ragazzi girano in ciabatte. Chi non va al porto raccoglie acqua piovana in fusti e accende fuochi. L’insediamento è soprendentemente organizzato: ci sono due bar e tre negozi di alimentari e scarpe, persino una moschea. Qualcuno ha realizzato allacciamenti pirata all’acquedotto e alla linea elettrica. È un non luogo creato dal limbo burocratico, Per la Convenzione di Ginevra costoro hanno diritto di asilo. Ma per la legge europea bisogna chiederlo nel paese di arrivo e la Grecia accoglie pochissime domande dei profughi. Gli altri devono andarsene, ma qui nessuno ha i soldi per il viaggio di ritorno e resta illegalmente.

Allora da tutta la Grecia si tenta il viaggio verso l’Italia da Patrasso, punto di fuga e di ritorno. Ogni settimana c’è il turnover, chi fallisce torna per ritentare. Il campo scoppia, si vede da quanti sono accampati in un cantiere vicino, sotto gli scheletri delle case. «Dal maggio scorso – spiega Hamad, 26 anni, uno dei pochi a parlare inglese, fuggito perché in patria faceva l’interprete per le ong e i Taleban lo hanno minacciato – la situazione è esplosa, siamo troppi e continuano gli arrivi. In Afghanistan le famiglie danno tutto ciò che hanno ai figli per farli fuggire».

Come Willy, 15 anni, tagiko alto con il sorriso da bambino. «Sono arrivato 4 giorni fa dalla Turchia. Ho tentato ieri di partire. Stasera sono certo, vado in Italia. Ma non mi interessa restare, voglio spostarmi in Gran Bretagna, dove ho un fratello. E dopo di me partirà da casa mio fratello minore». Awi ha 14 anni. Getta la spugna. Va dai medici di Msf con le mani sanguinanti per le bastonate. «Sono già stato due volte in Italia. Una volta su un camion e una sulla nave. La polizia mi ha trovato e rispedito qui per mare». Imran, 10 anni, cerca in Europa i suoi. Non sa dove siano, i poliziotti iraniani li hanno divisi a Teheran. Lui insiste. Confusi tra i disperati ci sono gli smugglers, i trafficanti. Hanno l’aria da boss e il cellulare. Si dice che chiedano il pizzo per un posto letto nella favela. E chi paga a questi avvoltoi altri 2mila euro viene fatto salire sui camion lontano da sguardi indiscreti. Per trovarli o sopravvivere qualche ragazzo arriva a spacciare o prostituirsi. Esco dal villaggio. Al porto un gruppo scavalca, tra loro vedo Willi. Si volta, mi lancia un sorriso di speranza prima di sparire in un tir italiano.

dal nostro inviato a Patrasso Paolo Lambruschi